La Cina rallenta, la Francia potrebbe perdere la tripla A, la Germania fatica a collocare nuove emissioni, gli Usa non si mettono d’accordo per ridurre il deficit: le tensioni sui Paesi periferici non accennano a diminuire. Intanto anche la Germania viene lambita dalla crisi e i rendimenti dei suoi decennali salgono nettamente sopra quelli Usa: non è sicuramente un buon segno per il sistema europeo nel suo complesso. Inoltre il rialzo del Bund si trascina i tassi Irs, parametro di riferimento per le operazioni di finanziamento a tasso fisso. L’Italia non rimane esente da questo aumento dell’avversione al rischio. Il famoso spread tra Btp e Bund sulla scadenza decennale è sceso dai picchi di 5,7%, ma rimane su livelli decisamente alti (5%). In un nostro precedente intervento, avevamo rilevato, attraverso l’analisi storica dello spread fino al 1990 che livelli tra il 5,5% e il 6% sono da considerarsi difficilmente peggiorabili.
È stato più volte sottolineato come lo spread sia diventato più alto sul breve termine rispetto al lungo termine: lo spread Btp vs Bund sui due anni è decisamente superiore (oltre un punto e mezzo) rispetto allo spread tra Btp e Bund a dieci anni.
Questa anomalia è dovuta al basso rendimento dei titoli tedeschi a breve, che sono in presa diretta con la politica monetaria della BCE; in questa fase, inoltre, sono fortemente acquistati per parcheggiare la liquidità, accettando anche un tasso reale ampiamente negativo (inflazione al 3%, Bund 2 allo 0,4% e cioè tasso reale negativo di 2,7%, altra anomalia statistica).
I rendimenti dei titoli governativi italiani sono decisamente elevati (circa 7%) e cioè sui medesimi livelli dei decennali. La percezione del rischio Italia è quindi vista già nell’immediato.
L’Italia, il prossimo anno, dovrà rifinanziarsi per oltre 300 miliardi e per circa 200 nel 2013-2014 (il fabbisogno scenderà sotto i 100 mld negli anni successivi). Probabilmente c’è chi ritiene che collocare tali cifre sia tutt’altro che agevole nei prossimi due anni.
Questo potrebbe spingere a ritenere possibile che, se rinegoziazione del debito ci possa essere, questa probabilmente avverrà nel corso del prossimo biennio.
La rinegoziazione potrebbe prevedere un taglio del valore di rimborso sui titoli governativi italiani, stile Grecia.
Ipotizziamo che sia plausibile e di entità pari al 20% su tutti i titoli.
Se così fosse, un potenziale acquirente di titoli italiani sarebbe tentato di investire su quelli che presentano un prezzo uguale o inferiore a 80, che quindi non porterebbero ad una perdita. Tali prezzi li troviamo normalmente su Btp a lungo termine. Inoltre se l’Italia riuscisse a superare la crisi, i prezzi avrebbero ampi margini di rialzo, consentendo guadagni interessanti.
Viceversa, se si puntasse su Btp a breve (due-tre anni), i prezzi oggi sono intorno a 95; avrei quindi una perdita secca di 15 (95-80 di rimborso) sul prezzo del titolo.
Tralasciando i Btpi, cioè quelli legati all’inflazione, che comunque appaiono molto interessanti se si accetta il rischio Italia, un investitore appare più protetto nell’acquisto di titoli a medio lungo termine: male che vada, si incassa la cedola, ma senza avere perdite sui corsi.
Queste considerazioni, strettamente collegate al calendario di aste per il prossimo biennio, possono spiegare come mai la curva dei rendimenti sui Btp sia piatta se non addirittura inclinata negativamente.
L’aumento della differenza tra prezzi Bid e Ask incide sui Btp a breve
Nelle ultime settimane, un sintomo della mancanza di fiducia sull’Italia è sottolineato dall’allargamento della differenza tra prezzi Bid e Ask, allargamento che riguarda in modo eclatante i Btp a breve (i prezzi Bid sono quelli che si devono considerare se voglio vendere, quelli Ask, normalmente più alti, sono quelli da considerare se voglio acquistare).
Si pensi che oggi sui Btp 2 anni il prezzo Bid è indicativamente 90,9 e quello Ask è 92,1.
Questi due prezzi, in termini di rendimento, significano il 7,3% se calcolati su prezzi Bid e il 7% circa se calcolati su prezzi Ask. In sostanza, se si vuole acquistare un Btp 2 anni, oggi lo pago 92,1 e, se un minuto dopo lo volessi vendere, incasserei 90,98. Si consideri che, normalmente, la differenza era di pochi centesimi essendo, quello sui titoli italiani, un mercato molto liquido ed efficiente. Erano altri tempi.
Queste considerazioni sui prezzi Bid e Ask possono generare, come visto sopra, rendimenti assai diversi sulle durate brevi: purtroppo, le attuali tabelle dei principali quotidiani finanziari non aiutano ed anzi possono generare confusione riferendosi in alcuni casi a prezzi Bid e in altri a prezzi Ask. L’unico modo è calcolare di volta in volta in base al prezzo che l’intermediario propone, il corrispondente rendimento. Se l’intermediario non lo fornisce, alcuni semplici calcoli permettono di venirne a conoscenza in modo da poter operare la scelta più opportuna e consapevole.