Mercati condizionati dai dati occupazionali Usa e dal voto europeo

Il taglio della Bce ha invece modesto impatto sui tassi

Tassi di interesse in altalena nell’ultima settimana. Dopo una prima parte in calo di circa 10 centesimi, nelle sedute di giovedì e soprattutto di venerdì si assiste a un rialzo analogo. Il bilancio rispetto a lunedì scorso è di una sostanziale stabilità sia su quelli Usa sia su quelli eurozona a eccezione dei Btp che patiscono un clima meno propenso al rischio emerso in qualche seduta e aumentato dopo i primi risultati delle elezioni europee e il terremoto politico in Francia dove il partito di estrema destra di Marine Le Pen ha trionfato alle elezioni europee e il presidente Emmanuel Macron ne ha preso atto sciogliendo l’Assemblée Nationale.

La Francia entra in una fase istituzionale finora sconosciuta e densa di incognite. Tuttavia sottolineiamo che gli impatti maggiori del voto si stanno vedendo soprattutto sulle borse (cali diffusi dell’1%) e sull’euro debole contro tutte le controparti con l’eurousd che scende a 1,075 dai massimi di 1,09 visti la scorsa settimana.

Il Bond 10 era sceso a un minimo di 4,30% per poi salire al 4,45% di oggi con un calo rispetto a lunedì scorso di 2-3 centesimi; il Bund 10 era sceso al 2,52% per poi risalire al 2,63%, L’irs 10 sceso al 2,79% risale al 2,88%. Anche la parte a breve vede oggi livelli simili a quelli di una settimana fa: il 2 anni Usa è al 4,90%. Il Bund 2 al 3,08% e l’Irs 2 al 3,37% (segui tassi e valute su www.aritma.eu). Si allarga lo spread che sale a 138 bps con il 10 anni Btp sopra il 4% (+6 cent.).

Nella settimana, quella appena trascorsa, della riunione Bce, sulle attese per l’Euribor 3 mesi non si assiste a cambiamenti: il parametro trimestrale oggi fixing al 3,75% scenderà al 3,40% per fine anno e sotto il 3% a fine estate/inizio autunno 2025.

Francoforte ha tagliato i tassi di 25 centesimi in linea con le attese. Il tasso sul rifinanziamento principale (refi) scende dal 4,50% a 4,25%, quello sui depositi dal 4 al 3,75%, quello sui rifinanziamenti marginali dal 4,75% al 4,50%. È il primo taglio dopo il ciclo di rialzi cominciato a luglio 2022; la Bce è la prima grande banca ad agire. Il taglio era ampiamente scontato: le attenzioni erano sulle parole di Lagarde che si è mostrata molto cauta nell’indicare una qualsivoglia guidance evidenziando la difficoltà a raccogliere consenso in un momento in cui le prospettive sono poco chiare e i banchieri centrali divisi.

Questa cautela ha condotto a un ritocco al rialzo dei tassi dai minimi settimanali ma il vero rialzo è avvenuto venerdì dopo i dati occupazionali americani che mostrano come l’economia statunitense abbia creato molti più posti di lavoro del previsto a maggio, suggerendo che la Federal Reserve possa prendersi ancora del tempo prima di avviare il ciclo di allentamento dei tassi quest’anno. I dati hanno evidenziato che il mese scorso gli occupati non agricoli hanno creato 272k posti di lavoro contro attese di 185k unità. Il tasso di disoccupazione, tuttavia, dopo 27 mesi consecutivi è salito al 4% dal 3,9% di aprile. Oltre le attese anche il dato sulle retribuzioni orarie in rialzo dello 0,4% dallo 0,2% del mese precedente e contro attese di 0,3%.

Smentite dunque le aspettative di un raffreddamento occupazionale che potrebbe aiutare l’istituto nella lotta a un’inflazione ancora vischiosa. Questo dato rende più difficile per la Fed muoversi verso un taglio dei tassi. I prossimi mesi saranno interessanti perché la Fed dovrà fare i conti con una solida performance dell’economia, limitando la sua capacità di seguire l’esempio della Bce nel tagliare. Appare scontato che la banca centrale Usa lasci i tassi di interesse invariati mercoledì prossimo 12 giugno e i dati forti sul mercato del lavoro giunti venerdì hanno allontanato ulteriormente un possibile allentamento monetario da parte del Fomc anche a luglio.

Oltre alla riunione Fed di mercoledì, i prossimi giorni forniranno indicazioni importanti in chiave inflazione con la Cpi (consumer price index) Usa e i prezzi alla produzione.

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