Si è conclusa con la prevista conferma del costo del denaro la riunione sui tassi di Banca del Giappone, che ha però per la prima volta avvertito che l'inflazione di fondo potrebbe superare l'obiettivo, aprendo alla possibilità di nuovi rialzi dei tassi. Dopo gli ultimi interventi a sostegno della valuta, la banca centrale mette in evidenza le pressioni sui prezzi legate alla domanda globale di intelligenza artificiale e osserva che si stanno attenuando i timori per le ricadute economiche del conflitto in Medio Oriente. Esiste il rischio che l'inflazione di fondo ecceda l’obiettivo di 2%, poiché le aspettative d'inflazione di medio e lungo termine continuano a rafforzarsi e le imprese mostrano una crescente propensione ad aumentare prezzi e salari. Il tasso annuo “core” dell'inflazione di Tokyo accelera in luglio oltre le attese del mercato, segnalando un graduale consolidamento delle pressioni sui prezzi che potrebbe indurre Banca del Giappone a proseguire nel percorso di rialzo dei tassi. La produzione industriale è nel frattempo cresciuta in giugno e le imprese prevedono ulteriori progressi nei prossimi mesi, a indicare che l'economia continua a mostrare una certa tenuta nonostante il rincaro dell'energia e le tensioni nelle catene di approvvigionamento causate dalla guerra in Medio Oriente. L'inflazione “core”, che esclude gli alimentari freschi, viaggia al tasso annuo di 1,9% contro 1,7% delle attese e dopo 1,6% di giugno. Rimane tuttavia al di sotto del target della banca centrale per il sesto mese consecutivo. L'indice depurato dagli effetti di alimentari freschi e carburanti, barometro per Banca del Giappone, segna 2% da 1,9% di giugno. Nel mese di giugno il tasso di disoccupazione si attesta a 2,5%, perfettamente in linea alle attese, mentre la produzione industriale cresce al ritmo mensile di 1,3%, meglio del consensus pari a 0,7%. Più debole del previsto invece la dinamica delle vendite al dettaglio, cresciute al tasso annuo di 0,5% rispetto a 3,1% della mediana delle attese.
Dovrebbe accelerare lievemente a livello annuo, stando al consensus, l'inflazione della zona euro. Le attese sono di 2,9% da 2,8% di giugno, con un indice “core” a 2,3% da 2,1%. Gli omologhi indicatori pubblicati ieri da Germania e Spagna hanno evidenziato un aumento, seppur contenuto, delle pressioni sui prezzi.
Sempre secondo i dati di ieri, nel secondo trimestre l'economia è cresciuta a un ritmo leggermente superiore alle modeste aspettative - 0,4% congiunturale contro attese di 0,2% - grazie all'impennata degli investimenti nell'IA, all'ampia spesa pubblica e a diversi fattori occasionali che compensano l'effetto negativo della guerra in Iran e del vertiginoso aumento dei costi energetici.
Secondo gli analisti, l'aumento dei rendimenti sulla parte lunga della curva Usa indica che gli investitori sono scettici sull'impegno effettivo della banca centrale nel ridurre le pressioni inflazionistiche, considerato anche che il neo-presidente Kevin Warsh ha nuovamente evitato di fornire indicazioni sulle future mosse dell'istituto.
Le statistiche di ieri mostrano che l'inflazione Usa ha rallentato in giugno, ma questa tendenza, secondo gli analisti, sarà probabilmente temporanea data la ripresa delle ostilità in Medio Oriente e il persistente shock energetico. Parallelamente, l'economia è cresciuta meno del previsto nel secondo trimestre - 1,5% annualizzato contro attese di 2,1% - sebbene la domanda interna sia rimasta solida, indicando una buona tenuta di fondo.
In questo contesto, i mercati sono passati a scontare al 59% circa l'eventualità di un rialzo dei tassi Fed di 25 punti base al meeting di settembre da oltre 82% la scorsa settimana.
Gli operatori hanno ridimensionato le scommesse su ulteriori rialzi dei tassi anche nel Regno Unito, dopo che Bank of England li ha lasciati invariati ieri, affermando che vi sono pochi segnali al momento che lo shock petrolifero si stia trasmettendo all'economia.
Torna ad affondare lo yen, reduce dal rimbalzo di ieri legato a interventi delle autorità nipponiche sul mercato dei cambi.
Deboli i contratti derivati, penalizzati dall'aumento dei flussi da Hormuz a dispetto della situazione di relativo stallo nella crisi tra Usa e Iran. Il futures sul Brent viaggia in calo di quasi due dollari a 87,14 dollari il barile.
L'inflazione negli Stati Uniti è rallentata a giugno, ma questa tendenza sarà probabilmente temporanea data la ripresa delle ostilità in Medio Oriente che ha portato al rialzo i prezzi del greggio. L'indice dei prezzi delle spese per i consumi personali (Pce) è aumentato del 3,7% nei 12 mesi fino a giugno, dopo aver registrato un incremento non rivisto del 4,1% a maggio, che rappresenta il maggiore rialzo dall'aprile 2023, secondo quanto comunicato dall'Ufficio di analisi economica del Dipartimento del Commercio. L'aumento dell'inflazione Pce è in linea con le aspettative. L’indice dei prezzi Pce ha registrato un calo dello 0,1% su base mensile, il dato più debole dall’aprile 2020, dopo essere salito dello 0,5% a maggio. I dati sono stati inclusi nella stima preliminare del governo sul prodotto interno lordo del secondo trimestre. La moderazione dell’inflazione Pce ha rispecchiato un calo dei prezzi del greggio in un contesto di fragile tregua tra Usa e Iran, ma da quel momento la tregua è venuta meno. I prezzi del Brent oscillano appena sopra i 90 dollari il barile, mentre i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti sono risaliti sopra i 4 dollari al gallone. Al netto delle componenti volatili dei prodotti alimentari e dell’energia, l’indice dei prezzi Pce è salito del 3,3% su base annua a giugno, dopo un aumento del 3,4% a maggio. Al netto di alimentari ed energia l'indice ha registrato un leggero aumento dello 0,1% nel mese, dopo un incremento dello 0,3% a maggio.
La Federal Reserve monitora gli indicatori di inflazione Pce per il proprio obiettivo del 2%. Mercoledì la banca centrale ha lasciato il tasso di interesse di riferimento overnight nella fascia del 3,50%-3,75%. Tre membri del comitato di politica monetaria della Fed hanno espresso parere contrario, a favore invece di un aumento di un quarto di punto percentuale.
I mercati asiatici registrano un forte rialzo in scia a Wall Street, mentre il mercato sudcoreano, precedentemente in forte calo, segna una ripresa da record, alimentando le speranze che la recente flessione dei titoli legati all’intelligenza artificiale sia terminata.
Lo yen è al centro dell’attenzione, mantenendosi a una certa distanza dal minimo degli ultimi 40 anni dopo un presunto intervento coordinato da parte di varie autorità nella seduta precedente, mentre la Banca del Giappone (BOJ) ha lasciato i tassi invariati.
I rendimenti dei titoli del Tesoro USA a lungo termine si mantengono vicini ai massimi degli ultimi 19 anni, mentre quelli a breve termine si riducono, accentuando la pendenza della curva, mentre crescono i dubbi sulla capacità della Federal Reserve di ancorare le aspettative di inflazione.