Mercati in standby in attesa del dato sull’inflazione americana alle 14,30.
I verbali della riunione del Federal Open Market Committee della Federal Reserve del 22 settembre hanno confermato che il dietrofront nella politica monetaria non è all’orizzonte. La borsa degli Stati Uniti si era momentaneamente accesa dopo aver letto un passaggio del verbale, il seguente: ”diversi partecipanti hanno notato che, in particolare nell'attuale contesto economico e finanziario globale altamente incerto, sarebbe importante calibrare il ritmo di un ulteriore inasprimento delle politiche con l'obiettivo di mitigare il rischio di effetti negativi significativi sulle prospettive economiche”. Insomma, pare che almeno una parte dei membri del board si renda conto del fatto che il rialzo tassi forsennato potrebbe avere effetti collaterali anche molto seri. La prima preoccupazione della banca centrale degli Stati Uniti resta comunque l’inflazione, la quale, in settembre, dovrebbe essere salita dell’8,1%, in raffreddamento dal +8,3% di agosto. Al netto di cibo ed energia il rialzo dovrebbe essere del 6,5% anno su anno.
Il mercato scommette su un nuovo rialzo da 75 punti base al meeting di novembre e ieri i prezzi alla produzione negli Usa sono cresciuti più del previsto sebbene i prezzi dei beni sottostanti non abbiano subìto variazioni, per la prima volta in circa due anni e mezzo.
Dietro al calo della carta italiana - che ha fatto le spese di un mix di fattori tra cui spicca il tracollo del mercato obbligazionario britannico con rendimenti ai massimi di 20 anni - anche l'appuntamento con le aste. Dalla Bce, Lagarde ha confermato che la discussione sul Qt è iniziata e proseguirà mentre il consigliere Knot a definito improbabile che occorrano ritocchi del costo del denaro superiori ai 75 punti base ma che ne serviranno almeno altri due di "significativi".
Lo yen tocca il minimo dall'agosto 1998 sul dollaro a quota 146,98 mentre l'indice sul dollaro e la sterlina sulla valuta Usa sono poco mossi.