A maggio inflazione dell’eurozona sopra le attese

Sostanziale stabilità sul fronte dei tassi di interesse a breve e medio termine e rialzo di circa 5 centesimi sul lungo

L’inflazione nella zona euro è aumentata a maggio, segno del fatto che la Banca centrale europea si trova ancora ad affrontare un percorso lento e incerto per riportare i prezzi sotto controllo. È improbabile che l’incremento dell’inflazione superiore alle attese impedisca alla Bce di abbassare il costo del denaro dall’attuale livello record giovedì 6 giugno.

I prezzi al consumo in zona euro sono aumentati del 2,6% su base annua a maggio dopo i rialzi del 2,4% nei due mesi precedenti. Le attese erano al 2,5%, anche se era probabile che ci fosse una sorpresa al rialzo dopo le letture dei giorni precedenti da Germania, Francia e Spagna tutte leggermente superiori alle attese. L’importante misura dell’inflazione sottostante (cpi “core”), che esclude i prodotti alimentari, l’energia, l’alcol e il tabacco, si è attestata al 2,9% dal 2,7% di aprile.
I prezzi nel settore dei servizi, che alcuni banchieri centrali hanno definito particolarmente rilevanti perché riflettono la domanda interna, sono saliti al 4,1% dal 3,7%. Questo dato probabilmente riflette gli aumenti salariali più consistenti del previsto registrati nel primo trimestre dell’anno, che hanno rafforzato il reddito disponibile dei consumatori dopo anni di aumenti salariali al di sotto dell’inflazione.
La più ampia serie di rialzi dei tassi registrata da parte della Bce ha contribuito a far scendere l’inflazione dal 10% segnato alla fine del 2022 e a stabilizzare le aspettative dei consumatori, ma ha anche bloccato il credito. La forward inflation 5y5y (attese sull’inflazione di lungo termine) si attesta al 2,3% circa.

Il dato lascia abbastanza indifferenti i mercati: i tagli Bce previsti nel corso dell’anno restano due certi e un terzo molto probabile. Sull’ultimo taglio più che l’inflazione potrebbe avere un ruolo chiave la dinamica della crescita e le decisioni della Fed.
Per la Bce inoltre sarà difficile giustificare mancati tagli con un’inflazione che nei prossimi mesi scenderà all’obiettivo del 2% se non leggermente sotto, ipotizzando variazioni mensili in linea con quelle degli ultimi 20 anni.

La Pce Usa – misura seguita dalla Fed – è risultata in linea al consensus. L’indice dei prezzi per le spese destinate ai consumi personali (Pce) è salito dello 0,3% il mese scorso eguagliando l’aumento di marzo. I dati suggeriscono che l’elevato ritmo di aumento dei prezzi potrebbe durare più a lungo del previsto, offrendo poca chiarezza su quando Federal Reserve sarà in grado di tagliare i tassi Usa. L’istituto centrale Usa ha varato da marzo 2022 a questa parte una stretta monetaria pari a complessivi 525 punti base, nel tentativo di raffreddare la domanda e l’inflazione. Inizialmente i mercati finanziari si aspettavano un primo taglio dei tassi Usa in marzo, aspettativa passata poi a giugno e adesso a settembre.

I dati sopra analizzati erano molto attesi, ma hanno condotto a variazioni poco significative in ambito tassi di interesse. Complessivamente il bilancio dell’ultima settimana vede una sostanziale stabilità sul fronte dei tassi a breve e medio termine e un rialzo di circa 5 centesimi sul lungo.

I rendimenti Bund 2 anni sono stabili al 3,08% così come i tassi Irs al 3,39%, mentre i decennali salgono rispettivamente al 2,64% e al 2,87%. I rendimenti Btp hanno avuto un andamento simile a quello dei governativi tedeschi con il 10 anni al 3,95% e lo spread Btp-Bund fermo in area 130 bps.
Anche Moody’s ha lasciato invariata la propria valutazione sul merito di credito della Repubblica italiana, completando la sua revisione periodica senza alcuna azione sul merito di credito che resta con rating “Baa3” e outlook stabile. La mossa di Moody’s ricalca quelle analoghe decise da S&P Global, Dbrs e Fitch, che hanno tutte e tre mantenuto invariato il rating sovrano italiano.

I rendimenti americani, complice il dato sull’inflazione in linea al consensus, restano fermi al 4,85% sui 10 anni e scendono al 4,87%-5 cent.) sui due anni.

Sul fronte delle attese Euribor che si ricavano implicitamente dalle quotazioni dei contratti Future, poco è cambiato con l’Euribor 3 mesi (fixing sotto il 3,80%) atteso al 3,40% per fine anno e sotto il 3% da settembre 2025.
In settimana appuntamenti principali con la riunione Bce di giovedì e con i dati occupazionali Usa di venerdì; nel frattempo indicazioni potranno giungere dagli indici Pmi finali e dagli indici di fiducia Ism americani.

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