CAFFE’ ESPRESSO

5 novembre 2014 - Le tensioni interne alla Bce e la polemica tra Renzi e Juncker sono la punta di un iceberg del malumore che serpeggia in Europa ...

Le nuove previsioni della Commissione Europea appesantiscono il clima con i rendimenti dei Bund che scendono di circa 5 centesimi sulla parte a lungo e con i tassi Irs che seguono (decennale all’1,03% dall’1,09%). Minore il calo sui Btp. Limatura sui tassi Future Euribor 3 mesi sulle scadenze fino al 2016 compreso: più ampio il calo su quelle successive. La CE ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita e ha detto che alla zona euro servirà un altro anno per raggiungere un livello seppur modesto di crescita economica. Quest'anno l’Eurozona crescerà dello 0,8%, dell'1,1% il prossimo e dell'1,7% nel 2016 - un livello che, stando a quanto detto dalla Commissione sei mesi fa, avrebbe dovuto essere raggiunto il prossimo anno. A spingere più in là la ripresa sono le deboli economie di Francia e Italia. Se le conseguenze della crisi delle banche e del debito sono per lo più da attribuire alla debolezza del blocco europeo, le tensioni con la Russia sull'Ucraina e le sanzioni che l'Ue ha imposto a Mosca hanno appesantito la fiducia delle imprese e le esportazioni.
La crescita è ad un punto fermo in Germania mentre in Francia si assiste ad una stagnazione prolungata e una contrazione in Italia. Dalle stime della Commissione per il 2015 si evince che il deficit della Francia si attesterà al 4,5% del Pil (e al 4,7% nel 2016) mentre per la Germania il rapporto deficit/Pil per l'anno prossimo è visto a zero e in surplus dello 0,2% nel 2016.
I dati della Commissione sembrano evitare il ritorno alla recessione ma nonostante un trend improntato a un lento miglioramento, gli indicatori restano a tinte fosche. L'inflazione si attesterà allo 0,5% quest'anno, allo 0,8% nel 2015 e all'1,5% nel 2016, ancora al di sotto del target Bce del 2% mentre la disoccupazione si porterà al 10,8% nel 2016.

Le tensioni interne alla Bce e la polemica tra Renzi e Juncker sono la punta di un iceberg del malumore che serpeggia in Europa. Il sistema Italia sclerotizzato, inizia a deludere i mercati che finora non hanno mancato di fornire sostegno ai titoli del nostro debito pubblico. Nessuno osa fare la prima mossa con la Bce che funge da guardiano e che moltiplica i suoi sforzi (acquisti di covered, inizio di acquisti di Abs); sono in molti tuttavia a considerare il rischio Italia non ben prezzato.

Le ricette per rimettere in piedi l’Italia sono state comunicate con chiarezza da Bce, CE e Fmi, ma continuano ad essere procrastinate o annacquate.

Come sempre la pazienza ha un limite e la sensazione che si coglie tra importanti operatori internazionali e che il countdown sia iniziato.

Ma non tutto è negativo: anzi sono proprio le istituzioni internazionali a sperare in una fase di difficoltà in modo che questa volta l’Italia sia costretta a chiedere il loro aiuto. A quel punto una vera e propria cura “shock” imposta dall’esterno potrebbe essere in grado di scuotere l’assopita Italia e rimetterla sulla strada della crescita, crescita accompagnata da un aumento della produttività (finalmente) nel privato e nel pubblico.

I dati degli ultimi mesi lasciano ben poca speranza e le uniche note positive sono di natura esogena (Euro debole, taglio dei tassi, operazioni Tltro e acquisti di covered ea Abs).

Per l’Italia stare dentro le regole del fiscal compact è impossibile anche simulando crescite nominali improbabili e scenari di tassi reali e inflazione favorevoli.

Diversa è la questione sull’efficacia delle regole europee che tuttavia sono state solo pochi anni fa sottoscritte da tutti; erano coscienti i firmatari? Si era sviluppato un appropriato dibattito di alto profilo tecnico per capire quale fosse la ricetta migliore?

Qualche dubbio viene soprattutto vedendo come ha reagito alla crisi l’establishment Usa e successivamente l’economia. Il gap di crescita come dimostrano anche i più recenti dati si va ampliando. Nel momento in cui in Europa si discuteva il fiscal compact negli Usa, grazie all’intervento di molti economisti, l’obbligo costituzionale di pareggio di bilancio non venne introdotto.

Un aumento della spesa pubblica in disavanzo concentrata su investimenti produttivi all’interno dell’Ue avrebbe potuto portare un effetto benefico sul Pil complessivo della zona Euro e su quello di ogni Paese membro. L’aumento del Pil verificatosi tramite una spesa produttiva avrebbe potuto ridurre il rapporto debito pubblico Pil per buona parte dei Paesi membri attraverso un aumento del denominatore.

Questo ragionamento ovviamente non esclude tagli importanti alle inefficienze ma sempre più viene da domandarsi se le stringenti regole sul fiscal compact alla fine siano in grado di realizzare gli obiettivi per cui sono nate.

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