Le ben note vicende finanziarie di agosto (crisi dei debiti sovrani, crollo delle borse …) hanno avuto come effetto principale il crollo dei rendimenti governativi di Germania e Stati Uniti con il forte rialzo di quelli italiani.
Chi a settembre si aspettava una pausa di riflessione è rimasto deluso: l’inizio del mese vede nuovamente un profondo rosso dei mercati azionari e i rendimenti di Bund e Bond decennali toccare i minimi storici a ruota di timori per un colpo di coda recessivo come sembrano indicare le ultime evidenze congiunturali. In caso di forte rallentamento della crescita sarà ancora più arduo rimettere a posto i conti pubblici.
La scarsa disciplina di bilancio acuisce le tensioni: neanche sotto pressione la classe politica riesce a fornire risposte convincenti.
La Bce ha comunicato ieri (5 settembre) di aver effettuato acquisti di titoli di stato sul mercato secondario la settimana scorsa per 13,3 miliardi, contro i 6,6 miliardi della settimana precedente. Sale così a poco più di 56 miliardi l'ammontare di titoli acquistati da Francoforte dallo scorso 8 agosto, quando il programma di acquisto bond venne riattivato dopo una pausa di 19 settimane, per tamponare l'aumento dei rendimenti dei titoli italiani e spagnoli; il rendimento dei Bonos decennale ( 5,2%) è oggi abbondantemente inferiore a quello del Btp.
C’è da chiedersi se senza l’intervento temporaneo della Bce il rendimento dei nostri Btp 10 non sarebbe vicino a quel fatidico 7%, livello che aveva costretto Grecia, Irlanda e Portogallo a chiedere l’aiuto delle istituzioni internazionali.
Il Bund 10 scende sotto l’1,9% (minimo storico) con il Btp 10 che sale al 5,6% circa e lo spread tra i due titoli che allarga nuovamente a 370 bps; non si tratta ancora dei massimi di 415 bps raggiunti ad inizio agosto, ma preoccupa decisamente il fatto che non si sia molto lontano nonostante l’inusuale intervento della Bce in nostro soccorso.
A questo punto la crisi è tutta politica: la solvibilità degli Stati sovrani non è più un concetto acquisito e i governi devono assumersi le loro responsabilità, agire velocemente per risolvere la crisi dei debiti sovrani e aumentare competitività e occupazione. Gli Stati quindi non devono neanche lontanamente pensare che gli interventi della Bce possano in alcun modo sostituire politiche nazionali tese alla disciplina di bilancio.
La causa dell’allargamento dello spread tra Btp 10 e Bund 10 è nota: l’aumento dell’avversione al rischio spinge a vendere i titoli ritenuti meno sicuri e ad acquistare quelli ritenuti più sicuri.
Questo contesto sta spingendo i tassi reali sul Bund 10 a livelli negativi; chi acquista oggi un Bund 10 ha un rendimento dell’1,9% con un’inflazione Ue al 2,5% (stima flash di agosto); anche se l’inflazione rientrasse a cavallo del 2%, livello di riferimento per la Bce, si avrebbe un tasso reale sostanzialmente pari a zero quando la media dei tassi reali sul Bund negli ultimi 10 anni è stata del 2,3%.
Tornando allo spread Btp-Bund a dieci anni, per osservarlo sopra i 400 bps dobbiamo tornare ben prima dell’introduzione dell’Euro.
Nel 1995 il rendimento medio del Btp 10 fu del 12,2% e quello del Bund 10 del 6,8% (spread medio annuo 540 bps). Lo spread negli anni ancora prima fu di 370-480-560-490 bps rispettivamente dal 1994 al 1991. Negli anni dal 1996 al 2000 iniziò invece il processo di convergenza con lo spread che da 75 bps medi del 1997 si stabilizzò poco sopra i 30.
Uno spread sopra i 400 bps potrebbe quindi essere adeguato stando ai riscontri storici. Tuttavia il confronto è deformato da un quadro di riferimento assolutamente diverso: oggi è la Bce a governare la politica monetaria e non le singole banche nazionali: inoltre l’inflazione in tutta Europa è molto simile mentre in quegli anni le differenze erano ampie (nel 1995 in Italia l’inflazione era del 5,4% e in Germania dell’1,9%).
Il tempo che i mercati hanno lasciato alla zona euro per procedere ad una convergenza dei conti pubblici è quindi durato un decennio: ora che appare evidente che ciò non solo non è avvenuto ma si sono viceversa ampliate le divergenze, i mercati puniscono laddove possono e cioè, non potendolo più fare sulle valute, lo fanno sui titoli governativi.
Così come nel film di Petersen con Clooney un insieme di circostanze meteorologiche formano “La tempesta perfetta”, sui mercati finanziari la concomitanza di un forte rallentamento della crescita e una massa di debito fuori controllo potrebbero procurare un pericoloso effetto domino. La classe politica ha il dovere di rendersi parte diligente per non far fare all’Italia e probabilmente al progetto Euro la fine dell’Andrea Gail, il pur robusto peschereccio del film affondato insieme al suo equipaggio.
