Era ampiamente scontato che lo scenario peggiore per i mercati fosse quello dell’incertezza. La reazione negativa non si è fatta attendere ma parlare di “tempesta perfetta” sembra eccessivamente catastrofico. Non è da escludersi a priori che nelle prossime settimane i mercati inizino a considerare positiva la spinta al rinnovamento emersa in questa tornata elettorale.
Il giorno dopo le elezioni l’effetto incertezza politica è quantificabile in circa 40 centesimi, tanto è il rialzo dei rendimenti sui Btp con il decennale al 4,85% e il due anni al 2,4%. Lo spread vola a 340 bps. Pesante quindi la reazione sul debito italiano e domani è attesa l’emissione di decennali. Poca la voglia di acquistare Btp nonostante la buona partenza di Wall Street sulla scia dei buoni dati Usa sulla fiducia dei consumatori, sul settore immobiliare in ripresa e sulle parole di Bernanke che ha difeso il QE nell’audizione al Congresso. Inoltre Bernanke ha invitato la classe politica a trovare il sistema per evitare che entrino in vigore da venerdì i previsti tagli al bilancio, che sommati alla già introdotta stretta fiscale potrebbero fare da ostacolo alla ripresa economica. I Btp patiscono e se questo rialzo dei rendimenti dovesse diventare strutturale e cioè non rientrare nelle prossime settimane, c’è il rischio di assistere ad un conseguente aumento del costo del funding per le banche italiane e quindi degli spread applicati ai finanziamenti. L’aspetto parzialmente lenitivo è che i tassi Irs e le attese sull’Euribor sono in calo trascinati dal ribasso dei rendimenti Bund che stanno facendo valere il loro appeal di “titoli rifugio” (decennale all’1,46%).
Un ampio spread Italia – Germania comporta un vantaggio competitivo della Germania sull’Italia. Lo stato tedesco può raccogliere denaro ad un costo più basso del nostro e questo comporta una riduzione della spesa per interessi. Migliorano quindi i già buoni conti pubblici e la spesa pubblica può così supportare la crescita.
Inoltre le banche tedesche possono raccogliere denaro a tassi bassi con un costo del funding che quindi permette di applicare degli spread bassi sulle operazioni di finanziamento concesse alle imprese. Le imprese tedesche quindi godono di un vantaggio competitivo rispetto a quelle italiane (costo del denaro inferiore) e così anche i privati che sui prestiti e sui mutui spuntano condizioni (spread applicati su Euribor ed Irs) anche di alcuni punti percentuali inferiori rispetto ai privati italiani.
La Germania inoltre sta godendo di un altro vantaggio: avendo tassi reali negativi (tassi reali sono quelli nominali depurati dall’inflazione) dovrà restituire un capitale eroso dall’inflazione. Questo è un modo indolore di ridurre il proprio debito. L’inflazione aiuta sempre il debitore. Il valore reale del debito si riduce e così si trasferisce ricchezza dai creditori allo stato (debitore). La Germania quindi pur con un’inflazione modesta sta godendo di questo piccolo vantaggio. L’Italia no visto che l’ultimo dato sull’inflazione è al 2,2% e le previsioni per il 2013 sono su questo livello.
Se continuiamo a ragionare in termini di tassi reali, considerando i dati storici (ultimi dieci anni), i rendimenti sul nostro decennale dovrebbero essere intorno al 4,2% circa, cioè su livelli poco superiori a quelli su cui si trovavano fino a qualche giorno fa (oggi sono al 4,8%). Infatti la media dei rendimenti reali a dieci anni dal 2000 ad oggi è di circa il 2%: con inflazione al 2,2% (ultimo dato di gennaio) il decennale italiano dovrebbe quindi rendere intorno al 4,2%. Tuttavia ricordiamoci che l’inflazione 2012 è stata del 3% e quindi fino a poco tempo fa potevamo affermare che il 5% fosse un rendimento in linea con i rendimenti reali storici.
Al di là di questi ragionamenti quello che importa è che i rendimenti nominali non continuino a salire aumentando il costo del servizio sul debito.