In gennaio l'indice PCE "core" (Core Personal Consumption Expenditure Price Index) cresce del +4,7%, più del +4,3% stimato. Primo rialzo dopo tre mesi al ribasso. L'indice fornisce una misura dei prezzi pagati dalle persone per gli acquisti interni di beni e servizi, esclusi i prezzi di cibo ed energia. E' la misura dell'inflazione preferita dalla Fed, che ha un obiettivo molto più basso del +2%.
Driver della settimana saranno i dati sull'inflazione di febbraio e i Pmi. A livello di blocco, i primi saranno in agenda giovedì, con le attese che sono per un rallentamento all'8,2% su anno dal precedente 8,6%, che potrebbe contribuire a moderare le aspettative di stretta monetaria portando sollievo al mercato obbligazionario.
Sul fronte Pmi le letture finali di febbraio - mercoledì quella relativa alla manifattura e venerdì quella sui servizi - dovrebbero confermare i dati preliminari, che la settimana scorsa hanno rinfocolato le attese di un'ulteriore stretta.
Oggi intanto si parte con l'economic sentiment di febbraio, visto in miglioramento a 101 dal precedente 99,9.
Di fronte a dati macro che hanno mostrato una relativa resilienza della crescita e un'inflazione core ostinatamente elevata, gli investitori hanno spinto in avanti le scommesse sui tassi terminali sia in ambito Bce che in ambito Fed.
Il mercato, dopo i dati robusti di venerdì sul Pce Usa di gennaio, sono passati a prezzare dal 5% al 40% la probabilità che i tassi euro si spingano fino al 4%. Lo stesso movimento si è osservato sui tassi terminali Fed, visti ora intorno al 5,42% con uno spostamento verso la fascia 5,50%-5,75%.
Il dollaro si mantiene intorno ai massimi da sette settimane, dopo che una serie di dati macro Usa hanno rafforzato l'idea di una stretta più severa della Fed.