I dati di ieri sulle richieste di sussidi di disoccupazione settimanali in Usa sono stati migliori delle attese e il costo del lavoro nel quarto trimestre è al 2% contro attese di 0,8%. Questi dati si sommano a quelli, altrettanto positivi, giunti in settimana e ai toni hawkish (da falco) utilizzati dalla Fed al termine della riunione di mercoledì. Tutti elementi che stanno sostenendo la fase al rialzo dei tassi di interesse specie di quelli Usa a cui si accodano i Bund e i tassi Irs mentre più neutrale è il comportamento dei Btp con lo spread che scende. La ripresa Usa, considerando l’impatto della riforma fiscale, potrebbe accelerare decisamente: qualche istituto di ricerca americano suggerisce che possa superare addirittura il 4% e rimanere strutturalmente sopra il 3% nei prossimi anni. Se ciò fosse vero, anche solo in parte, e con l’inflazione che a quel punto salirebbe oltre il 2%, potremmo vedere un’accelerazione al rialzo dei tassi. Questo potrebbe iniziare a preoccupare Wall Street e le borse internazionali che per ora si limitano ad un aumento della volatilità a cui ultimamente non eravamo più abituati (il clima sui mercati era decisamente soporifero nell’ultimo periodo). Il calo delle borse, o meglio un rallentamento controllato, potrebbe consentire ai tassi di fermare o rallentare la dinamica al rialzo: sarebbe uno scenario decisamente auspicabile per le banche centrali che potrebbere uscire da politiche ultra espansive senza far salire troppo i tassi e sgonfiando leggermente gli indici azionari quasi tutti ai massimi storici, Italia esclusa. Il Dax ha provato ad attaccare i massimi storici di 13500 punti; il DJ mette a segno nuovi massimi assoluti; il Ftse Mib da inizio anno è salito più di tutti ma è ancora sotto del 50% dal top del 2007 e deve ancora superare i livelli che seguirono al crollo post Lehman. I 24mila punti hanno sempre respinto l’indice negli ultimi 10 anni: per la prosecuzione del trend è fondamentale questo passaggio; verso il basso i 22mila punti sono il supporto.
Il mercato dei governativi italiani sembra progressivamente convincersi che le elezioni del 4 marzo non porteranno rischi significativi; lo scenario cui si guarda è sempre più quello di un governo di ampia coalizione, dove le posizioni più estreme saranno smussate.
Il capo economista della Bce ha confermato ieri che la dinamica dell'inflazione nella zona euro resta debole, con una convergenza verso il target del 2% ancora solo graduale. In tali condizioni, ha spiegato, "un ampio grado di accomodamento monetario resta necessario". Il banchiere centrale austriaco Nowotny ha affermato invece che il momento sarebbe già ora opportuno per porre fine agli acquisti del Qe, cosa che favorirebbe anche un incremento dei tassi d'interesse a lungo termine; il programma continuerà comunque fino a settembre, ha ricordato, ed entro allora la Bce prenderà una decisione su quello che accadrà dopo.
I dati principali della giornata saranno quelli del mercato del lavoro Usa relativi a gennaio, chiamati a confermare le attese di un nuovo rialzo dei tassi Fed già nel prossimo meeting di marzo, dopo il nulla di fatto di questa settimana. Sul fronte Fed, gli operatori continuano al momento a convergere sull'ipotesi di tre rialzi complessivi nel corso del 2018.
Nonostante il rialzo dei rendimenti Usa e malgrado un marginale rialzo dai livelli di chiusura di ieri, il dollaro si avvia a chiudere una settimana in perdita, con il mercato che si concentra sulla rinnovata forza economica della zona euro.
DATI MACROECONOMICI
USA
Occupati non agricoli gennaio .
Tasso disoccupazione gennaio
Ordini all'industria dicembre .
Università Michigan, fiducia consumatori finale gennaio.