La cronaca della giornata di ieri è emblematica dell’incertezza che domina i mercati rispetto alle decisioni future delle banche centrali con gli operatori che cercano di cogliere in anticipo ogni sfumatura dai dati e soprattutto dalle parole delle autorità monetarie.
Il forte dubbio che avevamo manifestato sull’interpretazione che il mercato ha fornito all’intervento di Draghi e che ha dato il via al rialzo dell’euro e dei tassi, sembra trovare una sponda in alcune fonti a diretta conoscenza del pensiero del numero uno della Bce. Secondo queste fonti le parole pronunciate stavano ad indicare una certa tolleranza verso un periodo limitato di indebolimento dell'inflazione e non erano il segnale di un prossimo inasprimento della politica monetaria. Sono quindi da ritenersi eccessive le reazioni dei mercati.
Sembra molto strano che in un’occasione “non istituzionale” Draghi abbia voluto cambiare la propria visione a poco più di 15 gg dalla riunione Bce, occasione in cui l’atteggiamento era stato più accomodante del previsto. Il compito delle autorità monetarie è quello della massima trasparenza nella comunicazione delle intenzioni (forward guidance) non certo quella di creare motivi di indesiderata volatilità con improvvisi cambi di retorica.
Piuttosto quello che sorprende è la volontà di interpretare in un’unica direzione ogni sfumatura: nello specifico gli operatori che avrebbero anche potuto giudicare neutre le parole di Draghi, si sono buttati a vendere obbligazioni e dollaro facendo salire i rendimenti e scendere la valuta. Evidentemente sono in molti a ritenere più probabile questa ipotesi e gli stessi sono molto scettici sulla possibilità che la Fed alzi ancora i tassi nel corso dell’anno.
L’eurousd dopo essere sceso per un attimo sotto 1,13 è tornato a salire fino a 1,14.
I tassi sono sui massimi degli ultimi giorni: Bund 10 0,40%.
Ottima performance delle borse dopo le buone notizie sul settore finanziario Usa con gli stress test che hanno fornito risultati positivi per tutte le istituzioni ispezionate dalla Fed (è la prima volta che succede da quando sono stati introdotti).
Alla luce del dibattito sulla Bce, torna alta l'attenzione sui dati europei dell'inflazione. Dopo i numeri italiani di ieri, inferiori alle attese, oggi arrivano i preliminari di giugno in Germania e Spagna, mentre domani sono in agenda quelli francesi e della zona euro, che dovrebbero confermare tutti una tendenza al rallentamento.
In chiave Fed il focus si sposta nel pomeriggio al dato finale sul Pil Usa del primo trimestre, in un mercato ancora non del tutto convinto che la banca centrale troverà le condizioni per alzare nuovamente i tassi prima di fine 2017, per la terza volta nel corso dell'anno. Altrettanto importante il dato sull’inflazione Pce “core”, parametro molto seguito dalla Fed per prendere le decisioni di politica monetaria.
Intanto Confindustria rivede al rialzo le proprie stime sull’Italia; Pil 2017 da 0,8% stimato a dicembre a 1,3%: 2018 da 1% a 1,1% anche se la stima non incorpora la necessaria manovra di correzione dei conti pubblici che se fosse contenuta in 8 miliardi grazie all'ulteriore flessibilità europea, porterebbe il Pil 2018 comunque sotto l’1%. L'accelerazione dell'economia si deve a export e investimenti ma il quadro globale si sta facendo meno favorevole e le elezioni politiche dell'anno prossimo spingeranno gli imprenditori alla cautela. I differenziale di crescita rispetto al resto d’Europa si attenua ma resta comunque elevato: la Bce ha rivisto al rialzo ad inizio mese in concomitanza con l’ultima riunione, le stime a 1,9% e 1,8% per il 2017-18.
Dalle statistiche a cura della Banca centrale europea emerge che a maggio la crescita del credito bancario alle famiglie ha accelerato leggermente toccando un nuovo picco post crisi mentre la crescita del credito alle imprese è rimasta stabile.
DATI MACROECONOMICI
GERMANIA
Stima prezzi al consumo giugno.
ZONA EURO
Super indice economic sentiment giugno
USA
Pil finale trim1
Core Pce finale trim1
Richieste settimanali sussidi di disoccupazione